Sergio SACCOMANDI – Il Teatro della Pittura

9 – 31 maggio 2026

BIOGRAFIA

Sergio Saccomandi è nato a Torino nel 1946.
Diplomato all’Accademia Albertina di Belle Arti, allievo di Paulucci e Calandri. Già titolare della Catterdra Discipline Pittoriche presso il Liceo Artistico di Torino. Dal 1981 inventa la sua vita nel Canavese ai colli di Barbania.
Dal 1968 ha allestito 60 mostre personali e partecipato a collettive in Italia e all’estero ottenendo riconoscimenti e premi.
Presente nel mondo dello spettacolo come regista, attore e scenografo ha allestito una trentina di spettacoli.
Dal 1975 è animatore del Gruppo Teatro Specchio del Circolo Culturale  “Ars et labor” di Ciriè.   Ha allestito una sessantina di mostre personali sia in Italia, sia all’estero tra cui:

  • Centro Internazionale d’Arte Sacra di Monaco di Baviera
  • Centenario della Biennale di Venezia, mostra al museo “Battioro Tira Oro”
  • Chiostro del Bramante a Roma in contemporanea alla mostra di Andy Warhol.
  • “Olimpyc Fine Arts 2012” di Londra per il gemellaggio Londra-Pechino in occasione delle Olimpiadi.
  • “Art Moorhouse Gallery” di Londra
  • Le sue opere fra i “Capolavori dell’Arte Italiana” a Osaka in Giappone
  • Art Addiction International Gallery di Stoccolma
  • “Oltre” Salone delle feste di Bardonecchia

Hanno scritto di Lui:
Enrico Paulucci, Bruno Gambarotta – Piercarlo Santini, Angelo Mistrangelo, Pino Mantovani, Ugo Riccarelli, Albinp Galvano, Angelo Dragone ….

Sergio SACCOMANDI; l’Arte come Gesto Totale

A cura dell’Associazione Costigliole Cultura

SpazioArte “La Rocca”  Casa Prunotto apre le sue porte a un artista che incarna l’idea rinascimentale di “homo faber”: Sergio Saccomandi.
La mostra “Il Teatro della Pittura” non è soltanto una rassegna di opere, ma il diario di bordo di una vita vissuta all’intersezione tra segno grafico, spazio scenico e parola recitata.
Curare questa esposizione significa confrontarsi con un’energia elettrizzante, la stessa che si respira entrando nel suo studio di Barbania, dove il rigore dell’Accademia si mescola al profumo della terra e alla convivialità più schietta.

Entrare nello studio di Sergio Saccomandi non è semplicemente varcare la soglia di un laboratorio, ma immergersi in un archivio vivente di sogni, materia e memoria. Un labirinto beckettiano dove il disordine è, in realtà, un ordine altissimo dell’anima. Pennelli stanchi, trucioli di matita come petali secchi e pareti ricoperte di opere che sembrano osservarci, in attesa di un dialogo. Incontrarlo tra i suoi quadri, vederlo indicare una tela o perdersi in un dettaglio, rivela che l’artista non smette mai di scavare nel “suolo instabile” della memoria. In questo studio, ogni sfacimento è una nuova costruzione, e ogni lampo di luce rivela che, dopotutto, non siamo mai soli nel nostro assurdo cammino. È un privilegio esserci, un incontro che lascia addosso il desiderio di guardare il mondo con un occhio più attento, più paziente, proprio come fa lui.

Il cammino artistico di Saccomandi affonda le radici nel terreno fertile dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Qui, sotto l’ala di giganti come Enrico Paulucci e Mario Calandri, Sergio ha affinato un tratto inciso che è diventato il suo marchio di fabbrica: preciso, colto, vibrante.

Tuttavia, è nell’ambito della scenografia che il suo segno si fa volume. La collaborazione con l’Accademia in veste di scenografo ha permesso a Saccomandi di comprendere che il quadro non è un confine, ma un’apertura. Ogni sua tela è, in fondo, un piccolo teatro dove la luce recita una parte fondamentale. Questa sapienza spaziale lo ha portato a traguardi di prestigio internazionale, come la creazione del bozzetto per la Coppa del Mondo FIFA nel 1987, dove la sintesi grafica incontra la monumentalità del momento.

Il nostro viaggio continua tra il cuore meccanico del grande torchio calcografico e la spiritualità del palcoscenico. Sergio ci ha guidato tra le sue creature: volti che emergono da maschere metalliche, locandine storiche del Teatro di Moncalvo. Ogni angolo dello studio rivela una coerenza profonda: l’arte non è una fuga dalla realtà, ma il modo più intenso per abitarla.

“Il titolo della mostra, Il Teatro della Pittura, trova la sua massima espressione nell’attività teatrale di Sergio. Attore di razza, compagno di scena di Anna Bolens, ha saputo portare il teatro dentro il quadro e viceversa. È celebre il suo legame con Eugène Ionesco: Saccomandi non solo ne ha interpretato le opere, ma ha tradotto i testi dell’Assurdo in lingua piemontese, ricevendo il plauso personale del drammaturgo franco-romeno. Questa capacità di far dialogare le lingue — quella aulica dell’arte e quella viscerale del dialetto — è la chiave di volta per comprendere la sua intera produzione.

Oltre l’artista pubblico, esiste il Sergio privato, quello che accoglie i visitatori tra i suoi colli. Un uomo che sa che la bellezza risiede tanto in una lastra di rame appena incisa quanto nel colore sorprendente delle uova azzurre delle sue galline o nel ritmo antico del matterello che stende la pasta. Questa autenticità contadina, tutt’altro che rustica ma profondamente filosofica, è ciò che rende le sue opere così ‘vive’ e lontane da ogni accademismo sterile.

Eppure, il vero ‘ludo scenico’ si è compiuto nel momento più inaspettato. Mentre i calici si riempivano del rosso intenso del Barbera che avevamo portato dal nostro Monferrato, l’atmosfera conviviale è mutata all’improvviso. Sergio, con un cambio di registro magistrale, ci ha travolti recitando un monologo sulla pazzia. Tra i piatti e le bottiglie, lo spazio è diventato teatro puro. La sua voce, carica di una tensione elettrica, ci ha colti di sorpresa regalandoci un finale da brividi: la dimostrazione vivente che un artista non smette mai di essere un canale per la poesia, nemmeno davanti alla semplicità di un piatto di tagliatelle.

I saluti ci riservano un’ultima emozione: nel cortile lo sguardo si posa su una montagna bellissima, profilo di un antico vulcano che sembra osservarci. Basta uno sguardo con la figlia Elena e la promessa è già scritta: ritrovarci per salire insieme la Quinzeina, quella montagna sacra del Canavese che unisce la terra al cielo.”

Il testo critico di Enrico Paulucci su Sergio Saccomandi è una testimonianza preziosa che fotografa l’incontro tra due generazioni della pittura piemontese. Paulucci, maestro del Gruppo dei Sei di Torino, riconobbe in Saccomandi un erede di quella sensibilità cromatica e luministica tipica della scuola torinese.

SERGIO SACCOMANDI

Una grande eco di successo per il raffinato e prezioso percorso pittorico dell’artista piemontese proposto a Roma, al Chiostro del Bramante in un’intrigante contemporaneità con Andy Warhol

DI ENRICO PAOLUCCI

Dire di Sergio Saccomandi isolandolo dal mondo che lo circonda, un mondo del resto assai singolare, che si è costruito pian piano ed in cui si identifica, è davvero impossibile. In un’epoca come la nostra, che tende all’estrema specializzazione dell’uomo e delle sue attività, persino del suo modo di essere e di pensare, che tende a pianificare ogni atto e a rendere collettivo ogni gesto, mentre la sua misura va perdendosi in cattedrali tecnologiche abitate da robots, è davvero consolante scoprire che tutto non è perduto se, anche solo ai margini di questa nostra faticosa e nevrotica coesistenza umana, c’è chi riesce ancora a dare un senso al tempo, a ricercarsi a specchio di questo misterioso “uomini mondo e animali” a rifiutare la monotonia.

Così Sergio, di fantasia complessa e di singolare versatilità sconfina dalla amata pittura, indossa i panni dell’attore, mette su commedie surrealiste, guarda a Cechov, Beckett o Ionesco, traduce testi sacri in piemontese (non è fantastico “la cantarina pla”). Direttore di scena, scenografo e trovarobe, lo ritrovi sulle tavole del palco a inchiodar scene, a montar luci e marchingegni elettronici.

La sua opera di pittore non svincola tuttavia nel letterario, non assume accenti recitativi o declamatori: certo qualcosa da essa traluce: quel modo di osservare il mondo con occhio penetrante, quella disponibilità e curiosità continua a scrutare le cose al di là della semplice apparenza, denunziando interessi complessi.

Così una vecchia cassetta, uno straccio, una finestra diventano ricchi di una loro storia, la loro presenza, non è inerte si carica di una vita misteriosa, di un assorto esistere. Ma diventano, ecco, personaggi pittorici, solo pittorici. Che sia qui il nodo che stringe assieme le due (ma non sono poi solo due?) vocazioni di Sergio?

Ecco forse l’invito segreto nascosto sotto la limpida e raffinata tecnica del pittore, sotto la preziosità di segno e di velatura di questi spazi così nettamente scanditi in cui vivono (o recitano?) gli oggetti, le cose del suo “quotidiano”.

“Così una vecchia cassetta, uno straccio, una finestra diventano ricchi di una loro storia, la loro presenza, non è inerte si carica di una vita misteriosa, di un assorto esistere.”

La realizzazione di questo catalogo e la sintesi critica dei contenuti sono state portate a termine attraverso una collaborazione innovativa tra la Presidenza dell’Associazione Costigliole Cultura e l’Intelligenza Artificiale (Gemini). In un ideale passaggio di testimone tra l’abilità manuale del Maestro Saccomandi e le tecnologie del futuro, l’IA ha agito come un assistente editoriale avanzato, aiutando a tessere insieme i ricordi personali, i dati storici dell’Accademia Albertina e le suggestioni nate dagli incontri in studio. Questa scelta riflette lo spirito della mostra: un dialogo senza tempo dove la tecnica (antica o modernissima che sia) resta sempre al servizio dell’emozione e del racconto umano.

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